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L’autostima non è un premio che riceviamo dall’esterno. È il modo in cui impariamo a riconoscere il nostro valore anche quando nessuno lo sta sottolineando. È la capacità di diventare alleati di noi stessi invece che giudici severi. Non significa pensarsi perfetti, significa riconoscere che il valore di una persona non coincide con l’assenza di errori.
Ci sono situazioni che finiscono nella realtà ma continuano a vivere dentro di noi. Sono eventi conclusi, eppure la nostra mente continua a tornarci sopra, come se ripercorrerli ancora una volta, potesse cambiare il finale. Il rimuginio ha una caratteristica molto particolare: promette una soluzione, ma in realtà produce immobilità.
In ufficio i “draghi” non fanno rumore, ma si fanno sentire: silenzi che pesano, controlli che soffocano, giudizi che restano sospesi. A volte hanno il volto di chi dovrebbe guidarci. E allora la domanda sembra inevitabile: come si lavora bene in queste condizioni?
Un successo riconosciuto da tutti può trasformarsi, nella mente, in una sequenza di errori da correggere. È qui che prende forma uno dei meccanismi più diffusi e invisibili nel lavoro femminile: la difficoltà a riconoscere il proprio valore. Tra perfezionismo, autocritica e sindrome dell’impostore, si gioca una partita che incide su opportunità, scelte e crescita.
I segnali di malessere aziendale non sono anomalie isolate, ma indicatori strutturali che incidono direttamente sulla performance. Accanto a processi e organizzazione, la dimensione comportamentale — fatta di relazioni, comunicazione ed equilibrio emotivo — rappresenta un fattore competitivo spesso sottovalutato.
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