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La palestra delle emozioni

Progetto senza titolo (10)

Parliamo spesso di competenze, capacità e risultati. Molto più raramente ci fermiamo a osservare il rapporto che abbiamo con le nostre emozioni.

Immaginiamo le emozioni come la benzina della nostra vita. Senza di esse non potremmo decidere, reagire, appassionarci o proteggerci. Se guardiamo alla nostra giornata però ci accorgiamo che alcune di queste energie le frequentiamo con estrema disinvoltura, mentre altre ci spaventano così tanto da tenerle chiuse in cantina.

Le emozioni sono come dei muscoli. Alcuni li abbiamo allenati fin da piccoli, altri sono rimasti quasi atrofizzati. Per molte donne, ad esempio, la rabbia appartiene a questa seconda categoria. Fin da piccole impariamo che alcune emozioni sono più accettabili di altre. Ci viene insegnato a essere disponibili, comprensive, collaborative. Molto meno a riconoscere e utilizzare la rabbia come una risorsa. Così, quando emerge, tendiamo a giudicarla. La consideriamo eccessiva, sconveniente o inappropriata. In realtà la rabbia non è un problema; è un messaggio.

 

Quando le tazze parlano per noi

Ricordo una donna che, durante un percorso di coaching, mi raccontò un episodio apparentemente banale.

Una domenica mattina era entrata in cucina e aveva trovato sul tavolo, per l’ennesima volta, i resti della colazione lasciati da tutta la famiglia. Tazze sporche, briciole, disordine. In pochi secondi era esplosa. Aveva iniziato a sbattere i piatti, ad alzare la voce e subito dopo si era sentita in colpa per quella reazione.

Ma la sua rabbia non parlava delle tazze. Parlava della fatica accumulata nel tempo, del sentirsi sola nella gestione di responsabilità condivise, del bisogno di aiuto che non aveva mai espresso con chiarezza.

 

Tradurre il messaggio

Molto spesso quindi le emozioni che ci spaventano arrivano quando un bisogno rimane inascoltato troppo a lungo. La rabbia, in particolare, compare frequentemente quando percepiamo un confine violato, un’ingiustizia o uno squilibrio che non riusciamo più a tollerare. 

Il problema è che raramente ci fermiamo a tradurre il suo messaggio. Ci concentriamo sull’esplosione finale e perdiamo di vista ciò che l’ha generata. In questo senso le emozioni non sono nemiche da controllare. Sono informazioni da comprendere.

Quando impariamo ad ascoltarle, smettono di governare le nostre reazioni e iniziano a diventare alleate della nostra consapevolezza.

Anche l’autostima passa da qui.

Molte persone pensano che avere autostima significhi sentirsi forti, sicure e positive. In realtà l’autostima matura nasce dalla capacità di accogliere tutte le parti di sé, comprese quelle che risultano più scomode.

Significa riconoscere la propria fragilità senza trasformarla in una condanna, accettare la rabbia senza sentirsi sbagliate, ammettere la paura senza considerarla una prova di debolezza. Le emozioni non definiscono chi siamo; ci raccontano qualcosa di ciò che stiamo vivendo.

 

Allenare i muscoli emotivi

Per questo può essere utile allenare queste emozioni: chiedersi quale emozione si fa sentire meno spesso nella propria vita; osservare quali situazioni fanno scattare reazioni automatiche; imparare a esprimere un bisogno prima che diventi esasperazione.

Anche piccoli gesti possono fare la differenza: dire un “no” quando necessario invece di accumulare risentimento, riconoscere la stanchezza prima che si trasformi in irritazione, lasciare andare pensieri e giudizi che non ci appartengono più.

La vera palestra delle emozioni non è fatta di esercizi perfetti. È fatta di attenzione quotidiana. Perché non siamo ostaggio di ciò che proviamo; siamo le persone chiamate a dare un significato a ciò che proviamo.

E più impariamo a dialogare con le nostre emozioni, più smettiamo di subirle e iniziamo a usarle come una bussola per orientarci nella nostra vita.