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Il punto su cui torniamo sempre

Progetto senza titolo (5)

Ci sono situazioni che finiscono nella realtà ma continuano a vivere dentro di noi.
Una frase ricevuta durante una riunione, un’accusa che abbiamo percepito come ingiusta, un’occasione mancata. Sono eventi conclusi, eppure la nostra mente continua a tornarci sopra, come se ripercorrerli ancora una volta, potesse cambiare il finale.

Questo meccanismo si chiama rimuginio.

 

Quando la ferita diventa prigione

Spesso pensiamo che il problema sia ciò che è accaduto. In realtà, dopo un certo tempo, il problema non è più l’evento in sé, ma il rapporto che continuiamo ad avere con quel ricordo. Ogni volta che torniamo mentalmente su quella scena, riattiviamo le stesse emozioni, gli stessi pensieri e le stesse sensazioni. Non è più il passato a trattenerci: è il modo in cui continuiamo a riportarlo nel presente.

Aida, una manager di grande talento, non riusciva a lasciarsi alle spalle un’accusa che aveva vissuto come profondamente ingiusta. La situazione si era chiarita da tempo e il suo responsabile aveva ricominciato a dimostrarle stima e fiducia. Eppure, dentro di lei, qualcosa era rimasto fermo.

Ogni apprezzamento veniva accolto con diffidenza. Ogni riconoscimento sembrava nascondere una possibile delusione. Per proteggersi aveva scelto di esporsi meno, di rendersi quasi invisibile. Una strategia che le dava l’illusione della sicurezza, ma che stava progressivamente limitando la sua presenza e la sua forza.

Non si rendeva conto però che la rabbia che provava non era rivolta soltanto verso chi l’aveva ferita. Una parte importante era diretta verso sé stessa: per non aver reagito come avrebbe voluto, per non essersi difesa, per aver riposto fiducia in chi non se la meritava. Il vero problema non era più l’accaduto, ma il dialogo incessante che continuava ad avere con quel preciso momento della sua vita.

È una dinamica che incontro spesso. Persone che, dopo mesi o addirittura anni, continuano ad abitare un episodio ormai concluso. Non perché non lo abbiano superato sul piano pratico, ma perché non hanno ancora rinunciato al desiderio di riscriverlo.

Il rimuginio ha una caratteristica molto particolare: promette una soluzione, ma produce immobilità. Ci fa credere che stiamo comprendendo meglio ciò che è successo, mentre in realtà stiamo semplicemente tornando sempre nello stesso punto. E ogni ritorno aggiunge nuova energia a una storia che avrebbe bisogno, invece, di essere lasciata andare.

 

L’arte del Kintsugi

Per uscire da questo meccanismo può essere utile guardare a una filosofia giapponese molto antica: il Kintsugi.

Quando un oggetto di ceramica si rompe, non viene riparato cercando di nascondere le crepe. Le fratture vengono evidenziate con polvere d’oro. La rottura non viene negata, ma impreziosisce l’oggetto, trasformandolo in qualcosa di unico, più bello di come era prima.

Credo che esista una lezione importante anche per noi.

Molte persone vivono le proprie ferite come qualcosa da cancellare. Vorrebbero eliminare l’errore, la delusione, il fallimento, come se non fossero mai esistiti. Ma gli ostacoli e le difficoltà che attraversiamo nella nostra vita sono parti preziose della nostra storia. Da queste esperienze abbiamo costruito la nostra resilienza e la nostra rigenerazione.

Per questo, quando il rimuginio prende il sopravvento, è utile interrompere il flusso automatico dei pensieri e tornare al presente. Fermarsi. Respirare. Riportare l’attenzione a ciò che sta accadendo qui e ora.

Può essere utile scrivere ciò che ci preoccupa, delimitare un tempo dedicato a quella riflessione, oppure semplicemente concedere al cervello il tempo necessario per riorganizzare le emozioni. Non tutto deve essere risolto immediatamente.

C’è una domanda che considero particolarmente importante: quello che sto pensando mi sta aiutando oppure mi sta trattenendo?
La risposta spesso chiarisce molto più della situazione stessa.

Non possiamo cambiare ciò che è accaduto. Possiamo però scegliere il significato che attribuiamo a quell’esperienza e il posto che le concediamo nella nostra storia.
Le crepe fanno parte del percorso. Non sono solo il segno della nostra fragilità. Possono essere la prova della nostra capacità di continuare a camminare.