Un’organizzazione non si ammala solo quando calano i numeri. Si ammala molto prima, quando peggiorano i comportamenti, si induriscono i toni, si svuota l’energia. Pettegolezzi, aggressività verbale nelle comunicazioni, difficoltà e lunghezza nel portare a termine i compiti, tensioni che restano sotto traccia: non sono episodi marginali. Sono segnali di malessere aziendale.
Nell’ambito del lavoro siamo abituati a ragionare in termini di produttività, fatturazione, organizzazione. L’attenzione è sempre sulla pianificazione efficiente, sulle regole. Tutto si muove in funzione della crescita della resa lavorativa. Difficilmente, quando si ragiona sul miglioramento dell’ambiente lavorativo, cerchiamo di cambiare i nostri comportamenti al di fuori del sistema organizzativo aziendale.
Molto più raramente, però, ci fermiamo a guardare l’altro lato del sistema: quello comportamentale. Quello fatto di clima, relazioni, tono delle comunicazioni, gestione delle emozioni, qualità dei comportamenti quotidiani.
Eppure, è proprio lì che spesso si gioca una parte decisiva della qualità del lavoro.
Per troppo tempo abbiamo dato per scontato che la dimensione emotiva dovesse semplicemente adattarsi a quella organizzativa. Come se bastassero regole chiare, organigrammi ben costruiti e procedure definite perché le persone funzionassero bene anche sul piano relazionale. Ma non è così.
L’attenzione alla felicità e alla positività non è un capriccio delle nuove generazioni, né una favola delle nuove scuole di pensiero. Lavorare nell’ambito organizzativo comportamentale ha un effettivo vantaggio competitivo di cui è importante non dimenticarsi.
Come riportato dall’OMS nel 2024, la depressione e l’ansia fanno perdere ogni anno 12 miliardi di giornate lavorative e costano all’economia globale 1.000 miliardo di dollari, soprattutto in perdita di produttività.
Ancora, uno studio di Oxford, basato su 1 milione di survey di dipendenti, riporta che esiste una correlazione positiva tra wellbeing sul lavoro, redittività e valore d’impresa. Un’altra ricerca, sempre dell’università, evidenzia invece, come i lavoratori più felici risultano il 13% più produttivi.
Non si tratta quindi di semplici benefici secondari, ma di driver di prestazione fondamentali.

Un’organizzazione non si ammala solo quando calano i numeri. Si ammala molto prima, quando peggiorano i comportamenti, si induriscono i toni, si svuota l’energia. Per questo investire nella formazione al benessere, nello sviluppo emotivo delle persone e nel lavoro sui comportamenti individuali, di gruppo e organizzativi non è un gesto di sensibilità, ma una scelta di responsabilità organizzativa: concreta, necessaria, strategica. Perché significa ridurre i sintomi del malessere aziendale e trasformare il clima interno in una risorsa per la tenuta e per la performance.
Riferimenti
Quotidiano Sanità. 2022. “Ansia e depressione fanno perdere ogni anno 12 miliardi di giornate di lavoro. Oms e Ilo sollecitano nuovi interventi globali.” https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/ansia-e-depressione-fanno-perdere-ogni-anno-miliardi-di-giornate-di-lavoro-oms-e-ilo-sollecitano-nuovi-interventi-globali/
Jan-Emmanuel De Neve, Micah Kaats e George Ward. 2024. “Measuring Workplace Wellbeing.” Wellbeing Research Centre, Oxford. https://wellbeing.hmc.ox.ac.uk/papers/wp-2303-measuring-workplace-wellbeing/
Clement S. Bellet, Jan-Emmanuel De Neve e George Ward. 2023. “Does Employee Happiness Have an Impact on Productivity?” Saïd Business School. https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3470734
