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Abitare il successo: la sindrome dell’impostore

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Ci sono momenti in cui raggiungiamo un obiettivo importante e, invece di provare soddisfazione, iniziamo a dubitare di noi stesse.

Abbiamo studiato, lavorato, affrontato difficoltà, accumulato esperienza. Eppure, proprio quando arrivano un nuovo ruolo, una promozione o un riconoscimento, una voce interiore comincia a ripeterci che non siamo davvero all’altezza. Che siamo state fortunate. Che prima o poi qualcuno scoprirà ciò che crediamo di aver nascosto.

Questo meccanismo viene chiamato sindrome dell’impostore.

Non è una malattia, ma un modo distorto di leggere le proprie capacità. I risultati vengono attribuiti al caso, alle circostanze o all’aiuto degli altri. Gli errori, invece, diventano immediatamente la prova della propria inadeguatezza.

È un paradosso che riguarda spesso proprio le persone più competenti. Più aumentano le responsabilità, più cresce la consapevolezza di ciò che ancora non si conosce. Il problema nasce quando questa consapevolezza, invece di stimolare la crescita, cancella tutto ciò che è già stato costruito.

 

La storia di Carla

Carla, 42 anni, responsabile in un’azienda metalmeccanica, era arrivata da me stanca. Non del lavoro in sé, ma del continuo sforzo necessario per proteggere l’immagine di persona competente.

Nonostante dieci anni di esperienza, affrontava ogni riunione come un esame. Si preparava per ore anche per interventi molto brevi, prendeva appunti su ogni dettaglio e viveva ogni domanda come il rischio di essere colta impreparata.

Quando riceveva un complimento, non riusciva ad accoglierlo. Invece di pensare al risultato ottenuto, si concentrava immediatamente su ciò che ancora non sapeva fare.

Carla non aveva bisogno di raggiungere un nuovo traguardo. Aveva bisogno di riconoscere quelli già raggiunti.

 

La trappola del confronto 

La sindrome dell’impostore si alimenta anche attraverso il confronto.

Osserviamo la vita professionale degli altri e vediamo promozioni, incarichi, riconoscimenti e risultati. Della nostra esperienza, invece, conosciamo anche la fatica, le esitazioni, gli errori e i momenti di insicurezza.

Il confronto è quindi sbilanciato: mettiamo la parte più fragile della nostra realtà accanto alla parte più visibile della vita altrui.

Se a questo si aggiungono ambienti di lavoro nei quali gli errori vengono sottolineati più dei risultati e il riconoscimento è raro, il senso di inadeguatezza trova facilmente spazio.

Uscire da questa dinamica non significa eliminare ogni dubbio.

Significa smettere di considerare il dubbio una prova. Un pensiero non diventa vero soltanto perché ritorna spesso.

 

Restare presenti davanti al riconoscimento

Il primo allenamento può sembrare molto semplice: imparare a ricevere un complimento.

Molte donne rispondono a un riconoscimento ridimensionando immediatamente il proprio contributo: “Non ho fatto nulla di speciale”, “sono stata fortunata”, “è stato merito del gruppo”.

Riconoscere il lavoro degli altri è importante. Ma non dovrebbe servire a cancellare il proprio.

Dire semplicemente “grazie” significa restare presenti davanti al riconoscimento, senza fuggire e senza sminuirsi. Non è presunzione. È la capacità di accettare un dato positivo che riguarda il proprio lavoro.

Può essere utile anche mettere per iscritto le prove della propria competenza: gli studi conclusi, le difficoltà affrontate, i progetti realizzati, le responsabilità ricevute, i risultati raggiunti.

Quando emerge il pensiero “non sono all’altezza”, possiamo chiederci: quali fatti lo dimostrano? E quali fatti, invece, dimostrano il contrario?

Questa distinzione è importante perché la sindrome dell’impostore utilizza giudizi assoluti. La realtà professionale, invece, è fatta di elementi osservabili.

Possiamo avere ancora molto da imparare ed essere comunque competenti.

Possiamo commettere un errore senza essere un errore.

Possiamo affrontare un nuovo ruolo con qualche insicurezza senza averlo ottenuto per caso.

 

Smascherare l’impostore

L’autostima non consiste nel convincersi di essere perfette. Consiste nel costruire una lettura equilibrata di sé, nella quale i limiti non cancellano il valore e i successi non vengono continuamente archiviati come coincidenze.

Essere orgogliose del proprio percorso non significa sentirsi superiori agli altri.

Significa riconoscere con onestà la preparazione, la fatica e il coraggio che sono stati necessari per arrivare fin qui.